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Benvenuti a  ALIPiani

 

Perché l'associazione ALI? Chi siamo?

(segue la storia di Li Piani)

Introduzione da parte di Plinio Pianta all’Assemblea costitutiva “Associazione amici Li Piani (ALI)” 08.10.2006

Il perché di una Associazione

  1. Com’è nata l’idea e l’esigenza di una associazione?

In fondo è stata l’esperienza nella storia degli ultimi 15 anni di convivenza gratuita e amicizia vissuta dapprima da poche persone e quindi tramandata e portata a altri a far nascere l’idea e l’esigenza.

Chi viveva qualche momento o qualche giorno o qualche periodo della solidarietà e della conseguente amicizia nella bellezza di questa montagna se ne andava via con un sospiro di melanconia e il desiderio di ritornare, anche con altri amici a rivivere questi sprazzi di verità e di amicizia e di bellezza quale esperienza di gratuità.

Ne è nato così un gruppo sempre più numeroso in movimento verso questa montagna, e più precisamente verso l’Anzana/ Li Piani. Nacque pure il desiderio e la domanda fra alcuni di poter far permanere lo sguardo su questa realtà desiderando così di dare della stabilità e della continuità a un’esperienza straordinaria che valeva la pena di esser vissuta e proposta ad altri.

→ Così alcuni accennavano a una forma associativa. Fra questi una delle persone che ha vissuto molto intensamente e esplicitamente questa esperienza, e con particolare gratuità, è stato il nostro carissimo amico Rino Perego che mi chiese se non valesse la pena di pensare di dare più consistenza e così maggior vigore e più solidità/garanzia (di maggior collaborazione anche a me) alla nostra esperienza, conferendole un tocco di “istituzione“.

→ L’esigenza mia era ed è (a partire da quando da bambino ero qua sull’alpe), come dissi più volte che l’esperienza di percezione di Mistero fatta qui sulla montagna dovesse essere un’esperienza aperta a tutti… perché la percezione di una tale bellezza non la si può tenere per sé, ma si ha il desiderio di farne partecipi anche gli altri.

      E gli alpi Anzana/Li Piani e dintorni sembra una struttura quasi predestinata e idonea a vivere una tale esperienza di amicizia comunitaria.

  1. Cosa fare? Come procedere?

 

Un metodo fra i più corretti e sicuri è quello che per agire nel presente, costruendo qualcosa per il futuro, si debba sempre imparare dal passato, diceva il nostro caro amico Giuss, (anche se questo metodo oggi sembra essere in controtendenza: oggi si asserisce che basta vivere soltanto il presente; tanto quanto è passato sarebbe appunto definitivamente passato e non interesserebbe più.)

  • Nella nostra storia passata a Li Piani  si sono esperimentati diversi modi di vivere l’esperienza che hanno il pregio di averci mostrato i limiti di ogni tentativo (- quando ero solo, o  magari solo con mio nonno; – poi il tempo dell’autogestione e gruppi di lavoro; – negli ultimi tre anni un’apertura generalizzata “pubblica” (esperienza specie ultimamente di business che ha indicato chiaramente i suoi limiti).

  • Tutta questa storia e esperienza è come il flusso di un fiume la cui corrente spazia nell’alveo e da una sponda all’altra. Si deve pertanto “verificare e trattenere del tutto, i valori“ (un metodo collaudato e proposto già da San Paolo), cioè proporre in futuro i valori dell’esperienza che si sono rivelati i più adeguati nell’intento di una convivenza semplice, di amicizia gratuita, ma forte.

  • Si tratta comunque non di costituire l’ennesima associazione perché, come ben sappiamo non è possibile istituzionalizzare un’esperienza di amicizia (un tale tentativo porterebbe unicamente a un formalismo sterile).

La questione di fondo: tutti i rischi di un appiattimento non si elimineranno mai. Si dovrà essere sempre attenti e in guardia a non cadere nell’apatia o nell’utopia

 

III.     Pertanto:

 

– Si potrà soltanto contrastare un tale rischio di appiattimento se le persone che vivono anche questa esperienza di Li Piani sono vive, risp. desiderano di vivere tutti i giorni, nella loro esperienza di ricerca, la bellezza intravista e vissuta a sprazzi (“esperienza di conversione personale quotidiana” come vien indicata questa esperienza dei “seguaci di Cristo”, cioè dei cristiani).

– Questo richiamo forte nell’amicizia provoca appunto con l’andar del tempo da sé la necessità del cambiamento della nostra mentalità →→allora cambiano anche i nostri rapporti e le nostre strutture (cosicché anche l’Associazione sarà sempre una novità, non una cosa scontata, non  un appiattimento).

– Per questo abbiamo ritenuto, ho sentito urgente la necessità di dar vita a questo nuovo tentativo sulla base comunque di un’esperienza forte già vissuta che è la garanzia del cuore. Abbiamo una sicurezza/una certezza sulla base di un frammento… dal quale già si vede il tutto… si intuisce il Mistero (cfr. Hans Urs von Balthasar: Il Tutto nel Frammento).

  1. Cosa vuol essere l’Associazione “Amici Li Piani”

In tal senso l’Associazione vuole e deve essere uno strumento, direi una “regola” per la nostra convivenza-collaborazione, uno strumento per la nostra amicizia che ci permetta di viverla non solo individualmente o in famiglia, ma come da questa montagna lo si vede particolarmente bene e se ne percepisce la necessità, di avere una piattaforma del “finito”, della nostra umanità concreta verso l’orizzonte dell’Infinito.

 

Così si superano anche i nostri limiti, i nostri difetti e incapacità umane verso Altro, verso l’Infinito.

  • E per mantenere il grande desiderio del cambiamento (del cambiamento, prima di tutto di noi stessi… e poi del mondo!) uno necessita di prendere il largo, prendere le distanze… anche da se stesso, per capire innanzitutto la mentalità nella quale nuotiamo e nella corrente dalla quale siamo continuamente travolti.. così, che Li Piani possa essere veramente un (anche se minuscolo) isolotto, un’oasi nel deserto… così da riuscire a riprenderci e a rivedere lentamente la rotta (così San Benedetto nel pieno disastro del crollo dell’Impero Romano aveva proposto ad es. degli ambiti, delle strutture vicine al mondo, ma non del mondo, per riprendere a costruire il futuro in modo adeguato, più umano!)

  • Per creare questa piattaforma, finora non esplicita, di un’amicizia necessitiamo ovviamente anche di definire fra di noi un minimo di regole sia di statuti, sia di indicazioni e raccomandazioni per l’uso della casa e degli edifici e del territorio, sia per l’apertura della struttura, sia i tempi, sia le modalità (e ciò senza aver la pretesa di far concorrenza alla famosa “Regola” di San Benedetto. Comunque l’uomo, anche se non proprio “dell’arco e della fionda”, tenor Salvatore Quasimodo, è proprio… più o meno…. sempre lo stesso uomo, con le stesse domande e gli stessi bisogni di sempre… innanzitutto il bisogno di “perdono che lo liberi dal male” secondo il nostro amico Claudio Chieffo – e poi… anche e proprio a causa della sua finitezza con il bisogno di regole o di una regola).

Grazie a tutti per lo spirito di ricerca, di comprensione e di collaborazione.

 

Plinio

 

L’esperienza di recupero dell’alpeggio Anzana–Li Piani in Val Sajento, (Brusio Cavaione)

 

Relazione di Plinio Pianta nell’ambito del Convegno “Sondrio Città Alpina” del 2 giugno 2007:

identità culturale e prospettive di sviluppo sostenibile della Rezia Italiana

 

I      Accenni introduttivi: l’abbandono della montagna in generale negli ultimi 50 anni

 

Ormai da cinquant’anni il discorso sulla vita e sulle prospettive di vita sulla montagna e fra le montagne dell’arco alpino sta assumendo vieppiù toni di sconcerto, di drammaticità, anzi di rassegnazione.

Di decennio in decennio ci si deve sempre più chiedere se non prevalga la rassegnazione per l’ormai in parte già avvenuto abbandono delle cosiddette terre alte, e ciò malgrado i molti discorsi, rassicurazioni di autorità, interventi sommari sia di tipo culturale, legislativo e finanziario a partire in particolar modo dagli anni ‘70/’80 in poi.

Visto l’abbandono dapprima lento e parziale delle zone alte, dell’agricoltura di montagna, specie dell’alpicoltura, le regioni interessate, e poi lo Stato infatti, anche in Svizzera e anzi con forse maggior vigore che altrove nei paesi limitrofi, promuoveva convegni/dibattiti, impostava atti legislativi con relativi finanziamenti ( in Svizzera p. es. la ormai famosa LIM = Legge agli investimenti per le zone di montagna del 1974), in seguito più volte aggiornata.

Fu un tentare di correre ai ripari, di ridare ossigeno e voglia di impresa e di attrattività alle zone di montagna.

Sembrava una nuova primavera per la montagna… si mantenevano e si creavano anche posti di lavoro in montagna… lo Stato sembrava credere nel mantenimento di queste zone… e furono gli anni ‘80/’90 appunto, quelli dei convegni a Sondrio “Di prospettive di vita sull’arco alpino” 1981, quello del 1986 “La montagna protagonista degli anni ‘90 e relativa Carta di Sondrio del 20 aprile 1986 e un ultimo del 1989 “Alpi, cuore dall’Europa”.

Furono pure i tempi anche delle note alluvioni nelle nostre regioni (cito solo pro memoria p. es. l’enorme frana in Val Pola con relativo coinvolgimento di tutta la Valtellina; le alluvioni e, particolarmente quella del 1987 in Valposchavo). Malgrado i disastri sembrò ci fosse l’occasione di una ripresa, avvennero forti investimenti, rifacimenti di infrastrutture, edifici, ecc.

Ma il declino purtroppo non s’arrestò.

Oltre a un certo abbandono delle zone alte, ecco subentrare un ulteriore duro colpo alle zone di montagna (proprio in un settore che finora era una risorsa!): il calo demografico anche da noi…è a vista d’occhio poi a partire dagli anni 2000… basti accennare ai problemi delle scuole (un tempo sempre troppo ristrette – oggi troppo grandi)… e pensare che quando ancora alcuni decenni or sono le famiglie numerose erano la normalità!

 

II     L’esperienza in merito all’alpeggio sopramenzionato Anzana Li Piani all’origine

 

L’origine del nostro alpeggio parte agli inizi del secolo scorso, quando la famiglia paterna di chi Vi parla (nonno, padre, zii) con la loro passione per l’agricoltura e specialmente per l’allevamento del bestiame, aveva sviluppato un’azienda agricola che rappresentava ancora l’esistenza per tutta la famiglia.

In questo ambito, pur possedendo alcuni terreni in valle (a Zalende, ca. 500 m. s. m.) il nonno e tutti i famigliari si erano concentrati sui due alpeggi Anzana (1800 m.s.m.) e Li Piani (2100 m. s. m.) sopra Cavaione in Val Sajento (Comune di Brusio), mettendo tutte le loro energie nel rifacimento e mantenimento sia degli edifici alpestri, sia delle infrastrutture.

In merito agli edifici specialmente dopo la discesa di una valanga negli anni ‘40 (che aveva messo in pericolo la cascina di allora di Li Piani), nell’anno 1945 mio nonno e famigliari costruivano in altra ubicazione, ex novo (anche su consiglio dell’ assicurazione danni di natura e fabbricati)un edificio alpestre sulla base di un piano di un architetto locale (con relativo scavo a mano di 600 metri, portando l’acqua per in casa e nella stalla!) Per quei tempi una grossa innovazione!

Riguardo alle infrastrutture essi provvedevano pure alla manutenzione di strade di accesso, sentieri, condotte d’acqua, pascoli, e ciò a maggior ragione quando negli anni 1950 si diede avvio all’opera straordinaria di pianificazione e di raggruppamento dei terreni.

Benché poi un’altra slavina sconquassasse l’edificio nel famigerato inverno del 1951 (con neve fino a sei/sette metri d’altezza), tutta la famiglia si impegnò duramente per rifare l’edificio.

Personalmente passai lassù parte della mia giovinezza già da bambino (appena possibile ev. anche bigiando la scuola) specialmente con mio nonno Andrea (“l’Andrin Navet” che aveva questo soprannome – da nave – in quanto suo padre e antenati erano emigrati in America per lavorare e portare un po’ di soldi per acquistare appunto anche queste terre alte!).

Questo nonno era veramente eccezionale e al pascolo con la mandria di mucche di ‘60/’70 capi (nostre e di terzi sia della Valtellina che di Brusio) mi raccontava dell’Antico e del Nuovo Testamento, dello stravolgimento del mondo con la venuta di Gesù Cristo, delle gesta dei Confederati svizzeri con le loro “guerre di liberazione” dalle angherie dei ”Signori d’Asburgo” cioè dagli austriaci, così p. es. di Guglielmo Tell/Gessler/delle battaglie del Morgarten e di Sempach (ricordo ancora p. es. l’inno dei Confederati: “A Sempach accorron fieri dell’Austria i ligi Cavalier, calpestan le biade bionde, e un alpigiano a lor risponde: oh figli di real mason, vi darem noi la colazion”) e del patto Confederato del Rütli del 1291.

E quindi l’esperienza e le esperienze del Mistero della Natura: dell’“aria fina”, alla trasparenza dell’acqua delle fontane e dei ruscelli, all’uragano con il terrore dei tuoni e dei lampi e della tempesta con relativa fuga della mandria impazzita, dal solleone d’agosto all’odore tiepido del fieno, ai canti nei prati, ai tramonti indimenticabili della lavorazione del latte (burro e formaggio) con relativa spossatezza… fino ai lavori ancor più stremanti, ma stupendi del carico del fieno, del trasporto a valle… fino alla morte di una mia sorellina nove anni (nel 1956) sull’alpe e alla morte del nonno (nel 1963) quando ero liceale…e in seguito, quando da studente universitario trascorrevo, ancora negli anni ’70 dei periodi di settimane di studio e riposo, da solo, sugli alpeggi.

Queste esperienze non sono solo forti, ma indelebili.

 

Nel vivere queste esperienze la persona cresce, vien forgiata, resa creativa e decisa ad assumere le proprie responsabilità.

La morte del nonno nel 1963 e l’attrattiva di un lavoro in valle che faceva ridurre drasticamente l’azienda allo zio che l’aveva assunta, portò a quanto accennavamo in generale, cioè a un relativo abbandono degli alpi negli anni ‘70 fino agli anni ‘90, quando dopo la morte del padre del sottoscritto nel 1983, quest’ultimo affidava ai due figli maschi i due alpeggi di Anzana e Li Piani.

Nei 20 anni trascorsi (dagli anni ’70 fino agli anni ’90), malgrado un certo pascolamento di prati/pascoli e in parte dei boschi pascolati, venendo a mancare una permanenza effettiva e di conseguenza cura e manutenzione, ne derivava ben presto una generale inselvaticazione del paesaggio, del pascolo e dei boschi. Anche i caseggiati, quasi sempre chiusi, ne risentivano. Il degrado diveniva poi a questo punto inarrestabile e anche ben visibile.

Quando negli anni ’90 alcune volte all’anno andavo agli alpi di Anzana e Li Piani e ripensavo gli eccezionali tempi passati (fra i quali un’estate avevo trascorso ben 112 giorni su ambedue gli alpi senza mai discendere a valle), la memoria di quei tempi, ma specialmente il riflettere agli ideali che avevano ispirato i miei antenati/predecessori e a quante erano state le loro fatiche, non potei più esitare: avevo già perso troppo tempo a non vivere le stupende risorse di quelle montagne, e anche vivendo solo poco tempo lassù mi sentivo rigenerare e ridare quella carica eccezionale umana che appunto altrove non si può trovare.

 

III    L’esperienza del recupero vero e proprio dell’alpeggio Anzana/Li Piani

 

All’inizio della nostra ripresa dell’alpeggio negli anni ’90 si poteva veramente disperare di riuscire ancora in un recupero: non soltanto le ortiche, ma anche i rododendri e i ginepri avevano invaso non soltanto boschi e pascoli, ma si stavano prendendo anche i prati, anzi i piazzali davanti alle cascine dove stavano pure crescendo piccoli abeti e larici.

 

Pur rendendoci conto, mio fratello ed io, che il lavoro era immenso(l’alpeggio ha una superficie di ca. 1’300’000 m2 = ca. 130 ettari), iniziammo a pensare a possibili tappe di recupero.

Personalmente mi ero ripromesso, io stesso, di iniziare tutte le volte che sarei salito all’alpe di estirpare erbacce e ginepri e rododendri su pascolo e bosco a partire dai punti più critici, p. es. vicino alle case e sui prati.

E così proseguii. Durante ogni visita agli alpi negli anni 1989/90 eliminavo una parte di ginepri per magari 20/30 m2 di terreno. Ogni volta ritornando mi sembrava di osservare una piccola ripresa della natura dell’alpe come se la stessa avesse aspettato che qualcuno, memore del bene elargito, si desse da fare per ripristinarla, sembrava essa sapesse di avere una grande importanza per l’uomo.

Dopo aver ristabilito l’alpe Anzana mantenendo tutto il rustico possibile ricevuto dai nostri predecessori, visto che a questo alpe inferiore c’era un accesso carreggiabile costruito dal Consorzio Raggruppamento terreni (RT) provvedevamo poi allo spurgo dei prati da sterpaglia di pascoli adiacenti e del bosco così da rendere più vivibile la zona Anzana.

Quindi, considerando che il RT non prevedeva più una strada di collegamento con l’alpe più alto, Li Piani, decidemmo, vista la necessità di procedere a ristrutturare Li Piani fra diverse varianti, di optare per una strada privata carreggiabile con fuoristrada seguendo il tracciato della vecchia mulattiera tutto sulla nostra proprietà. Inoltravamo quindi la richiesta di permesso per tale strada al Comune. Ottenuto il permesso nel 1991, in alcune settimane nel 1992, veniva realizzato il relativo tracciato privatamente.

Finita la strada (malgrado l’ostruzionismo da parte di alcuni invidiosi nel Comune che avevano strumentalizzato pure la politica in tal senso) iniziavamo, l’estate del 1992, la ristrutturazione della cascina Li Piani cambiando il tetto e ripristinando la vivibilità all’interno con relative fonti di calore a legna (fornelli, caminetti, boiler per docce e acqua calda + fornello a gas); pannelli solari per la luce. Inoltre l’arredavamo con necessari suppellettili per l’alloggio (letti, coperte ecc…); il tutto per il soggiorno di ca. 20/30 persone, comunque pure qui mantenendo non soltanto la struttura completa dell’edificio, ma anche la parte eseguita in legno p. es. le assi segate a mano dal mio nonno e zii!

Chiaramente a nulla serve ristrutturare case di montagna o alpeggi se poi più nessuno li abita (magari solo 2/3 giorni all’anno!)

Si trattò quindi di esaminare a chi la cascina dovesse essere aperta e se c’era interessenza e quale.

D’altra parte in contatto con molti miei amici e conoscenti sapevo che parecchi che l’avevano vista o visitata esprimevano il desiderio di poterci tornare, eseguire insieme dei lavori di riassetto e rifinitura trascorrendo allo stesso tempo un periodo di magari almeno alcuni giorni o una/due settimane di vacanze.

In breve, conclusasi la ristrutturazione interna negli anni 1993/94 iniziarono, prima singoli, quindi alcune famiglie, e poi gruppi di tre/quattro famiglie numerose (sia delle nostre vicinanze, ma anche del Ticino, della Brianza, di Milano e della Svizzera tedesca) a trascorrere per periodi le loro vacanze alternate a lavoretti per la casa (dalle pulizie, alla pittura, alla creazione di siepi, di lavori alla fontana ecc.) e in autogestione. Personalmente passavo pure parecchio tempo sull’alpe in visita, indicando pure altri lavori da eseguire di manutenzione, riattazione alle strade, ai sentieri o alle case, di spurgo del pascolo e di boschi, partecipando a qualche gita, recuperando poi la legna indispensabile quale fonte di calore o semplicemente collaborando alla preparazione dei pasti in allegra compagnia in serate di intensi incontri o discussioni o di canti o ammirando il cielo stellato che pare si possa quasi toccare con mano e tentando magari con l’aiuto di qualche conoscitore di astronomia di distinguere i diversi gruppi e “carri” di stelle ecc.

Inoltre iniziavamo annualmente a procedere con dei conoscenti amici esperti nel taglio di legname o allo sfoltimento dei boschi nelle vicinanze della cascina per recuperare almeno le parti migliori del cosiddetto “pascolo vago” (o anche bosco pascolato) di un tempo. E a questo proposito ebbimo a posteriori da parte dell’Ente forestale del Canton Grigioni un primo piccolo riconoscimento per il lavoro svolto di spurgo boschi.

Quindi accumulandosi molto legname e legna tagliata da allontanare ci appellammo a una tradizione “svizzero–tedesca” che invita ragazzi e ragazze delle ultime annate scolastiche a trascorrere una settimana scolastica in campagna e su alpi per aiutare a ripulire da sassi, sterpaglie, legna ecc., sì da ripristinare i pascoli. Così per più di dieci anni ospitammo da una/tre settimane gruppi di ragazzi con loro insegnanti o apprendisti con lo scopo sopraccitato.

Questo metodo con alloggio gratuito e un piccolo stipendio permise così p. es. di far fronte alla ripulitura di quasi tutte le scarpate e del bosco, allorché nel 2002 veniva finalmente realizzata una nuova strada carreggiabile fino all’alpe Li Piani quale strada forestale (con una pendenza fra il 12/15%, mentre quella della mulattiera poteva raggiungere anche il 35/45%!), in quanto l’Ente forestale cantonale, superando tutti i residui di invidia velenosa, riconosceva l’importanza e la bellezza di questa zona di montagna con tutti i nostri sforzi e sacrifici per mantenerla, e ciò con importante finanziamento da parte di Comune, Cantone e Confederazione, ma anche con una quota di interessenza del 15/20% da parte dei quattro privati interessati con proprietà su quel versante della montagna.

Dopo ca. 15 anni di lavoro a partire dal 2004, sperimentammo pure per tre anni consecutivi la possibilità di uso dell’alpe anche quale rifugio/agriturismo con gestori autonomi.

Non volendo comunque impostare l’alpeggio secondo un unico criterio commerciale rischiando cioè di trascurare (anzi quasi eliminare, come succede oggi) la necessaria e più importante componente di umanità e su esplicita richiesta di alcune persone molto affezionate alla zona si decise l’anno scorso il 7/8 ottobre 2007 di creare un’associazione detta “Amici Li Piani” che già conta un bel gruppo di soci. E il fine/scopo primario nei relativi statuti è proprio quello di coltivare le relazioni umane oltre alle relazioni transfrontaliere. Proprio il fine settimana prossimo 9/10 giugno avverrà pertanto la 1a apertura della cascina di Li Piani da parte della nuova associazione.

 

IV    Conclusioni da questa esperienza?

 

Se si considera il clima culturale, sociale, politico e economico inerente la problematica della montagna negli ultimi 25/30 anni certo che non c’è molto di che rallegrarsi, anzi piuttosto, appunto, ci si sarebbe già potuti rassegnare da tempo.

Infatti l’ondata di neoliberismo iniziata già negli anni ’80, specialmente però a tutto campo dopo il crollo della cortina di ferro dei Paesi dell’est con il relativo simbolico crollo del muro di Berlino 1989, preannunciava già da tempo, anche in Svizzera che ormai la montagna era da considerarsi un ramo secco per l’economia nazionale e quindi era, presto o tardi, destinata ad esser sacrificata sull’altare del profitto sfrenato e a tutti costi.

Anche se ancora negli anni ’90 si riuscì a parare il colpo, nell’ultimo decennio dal 1995/96 in poi in Svizzera la centrale dell’economia con il nome altosonante “Avenir Suisse” (l’avvenire svizzero) sta tentando di smantellare il sistema democratico e solidale svizzero, asserendo che ormai più nulla può salvare tale tradizione di oltre sette secoli, che le regioni di montagna devono esser definitivamente sacrificate, ma al limite, da mantenere come parco di svago e di divertimento per gli stressati abitanti delle città.

Così p. es. anche nel nostro Cantone dei Grigioni è stata varata a ritmo serrato la base legale per obbligare i comuni a creare enti regionali di diritto pubblico o a fusionare.

La pressione alla centralizzazione e a creare utili anche nelle aziende pubbliche non è più soltanto suggerimento o raccomandazione come in passato, ma è divenuta un ordine perentorio con scadenze a breve termine.

E con la centralizzazione arriva quasi giocoforza la deresponsabilizzazione, l’appiattimento. Le comunità originarie vengono scompaginate, senz’altro alterate.

In questi tempi del pensiero e anche dell’identità deboli le forze e la resistenza culturali, sociali e politiche si affievoliscono. E l’individualismo la fa da padrone.

 

In questo contesto comunque la collaborazione culturale fra le nostre regioni, specialmente sfociata nei già menzionati convegni a Sondrio sulla montagna degli anni ’80 e ’90 ci apportò un’importante sostegno ideale per la realizzazione del recupero del nostro alpeggio.

 

E con questo continuo lavoro di recupero dell’alpeggio di oltre 15 anni oggi si può ben affermare di aver indicata e realizzata un’opera e un’esperienza concreta sia di sviluppo sostenibile sia di identità culturale vivibile.

 

V     Cosa si può ancora fare?

 

Senz’altro, se non serve solo il folclore popolare per rendere di nuovo attrattive le zone di montagna, ben ci si dovrebbe guardare da un turismo unicamente monetaristico, come p. es. si esprimeva un sindaco della Val D’ossola (in TV/TSI nel maggio 2007), dove si avrebbe applicato uno specchio per riflessi nel suo paese, e ciò per riparare al fatto che per alcuni mesi all’anno il sole non si vede: ‘visto che la cultura alpestre ormai è tramontata… abbiamo bisogno dello sfruttamento mediatico per incrementare il turismo nelle nostre valli alpine considerando che sono belle dal punto di vista ambientale, ma sono poco conosciute.’

Oggi vige quindi pertanto ancor più e a maggior ragione di tempi addietro l’imperativo di creare esperienze di solidarietà, (evtl. anche mettendosi in rete come p. es. il gruppo dei Ruralpini), e questo malgrado le insidie dei tempi!

 

E dico questo perché oggi ormai i discorsi rischiano, ancor più di un tempo, di restar parole sterili e inutili – nella nostra ben qualificata èra del potere assoluto del relativismo, giustamente anche indicata come èra “della dittatura del relativismo” – èra, quindi nella quale se le parole non hanno radici in esperienze vissute e che p. es. comprovano che comunque la vita sulle montagne e nelle vallate alpine é ancora possibile, anzi è magari più dignitosa di quella vissuta in terra cittadina… si può ben rischiare di nemmeno più essere ascoltati, e tanto meno creduti!

Per questo mi sono sporcato e mi sporco ancora le mani con la mia terra… perché la terra semmai è ancora uno dei pochi parametri certi, e quindi di riferimento e che mi dice che ci sono ancora certezze, e quali nel mondo, e quali a casa mia (altro che tutto relativismo!). L’esperienza di recupero del nostro alpeggio è stata in questo senso un’esperienza di recupero del significato della nostra esistenza e della nostra identità.

In questo senso non si tratta soltanto di una singola esperienza soggettiva di chi Vi parla, ma di un’esperienza oggettiva e oggettivabile, esperienza p.es. condivisa anche dal citato gruppo dei Ruralpini, gruppo che vive personalmente l’esperienza concreta del recupero delle terre alte, della transumanza, dell’agri/alpicoltura (già in rete) dalla Liguria al Trentino e alla Croazia.

In ogni caso io non faccio cambio della mia qualità di vita né con quella della metropoli, né con quella delle sue zone suburbane!

… e qui anche i Romani (credo Sallustio) mi danno ragione e esclamavano: “Ex montibus salus”!

Ci saranno anche svantaggi (cioè il rovescio della medaglia) a stare in montagna, ma quando sono a casa mia, magari reduce da un soggiorno o viaggio a Milano, Berna e Zurigo, so ad. es. che posso raggiungere in 15/20 minuti i nostri alpeggi, con tutte le loro risorse, le loro fonti, la loro aria, il loro silenzio, la loro genuinità…, la loro generosità e specialmente la loro gratuità, malgrado la loro durezza e chiara determinazione: e tutto questo vale ben più di molte altre cosiddette ricchezze, p. es. come quelle presunte vie di comunicazione superveloci, di telecomunicazioni all’avanguardia, di prodotti, magari detti biologici, comunque sempre inquinati e senza sapore, e di relazioni cosiddette umane (“humans relations”), ma solo di comodo e unicamente improntate all’utilitarismo, senza neanche l’ombra o un pensiero, almeno remoto, che possa esserci anche qualcosa di ben più grande, cioè di gratuito e donato, solo per il bene dell’altro.

Quando uno fa questa esperienza vivendo sulla montagna, sugli alpeggi, uno capisce che non solo è possibile vivere in montagna, ma che questa vita non soltanto è ben più gratificante di altre esperienze, ma ha un tocco di umanità che, altrove, di regola non si trova più! Per questo vale la pena far di tutto per poter vivere e rivivere la montagna! perché possibile fonte di vera solidarietà e vero benessere.

 

Ma appunto si deve innanzitutto imparare, e ri–imparare ad abitare in montagna e sulle montagne proprio anche sugli alpeggi, contribuendo al recupero e alla sostenibile vivibilità sugli stessi e ad accettare di nuovo di sporcarsi le mani!… nel senso vero ed effettivo (cioè non figurativo) del termine! (e qui le “mani pulite” di buona o cattiva memoria ovviamente non c’entrano).

 

E il mantenimento della nostra montagna è quindi contribuire a mantenere uno sviluppo sostenibile e un patrimonio per tutti.

 

E anche qui vale quanto citava il prof. Bramante di Saint-Exupéry: “se vuoi costruire una nave… non pensare solo a far abbattere agli indigeni gli alberi per il legname… ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito!”… noi allora diciamo: la nostalgia delle montagne e dell’infinito.

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